Nick Drake: tre album, zero concerti
Tre dischi tra il 1969 e il 1972, quasi nessuna copia venduta da vivo. Poi uno spot pubblicitario, e la rinascita di un mito silenzioso.
C'è una fotografia di Nick Drake scattata nel 1971: appoggiato a un muro di mattoni, le mani affondate nelle tasche, lo sguardo che scivola via dall'obiettivo. A quella data aveva già consegnato al mondo due dei tre dischi che avrebbe inciso in tutta la vita. Quasi nessuno li aveva ascoltati, e lui non sembrava aspettarsi nulla di diverso.
Era nato a Rangoon nel 1948, figlio di un ingegnere inglese di stanza in Birmania. Crebbe nel Warwickshire, studiò a Marlborough e poi a Cambridge, e lasciò l'università a un passo dalla laurea per incidere dischi. A scoprirlo fu il produttore Joe Boyd, che lo portò alla Island e lo affidò agli studi Sound Techniques di Londra, dove l'ingegnere John Wood avrebbe registrato tutto ciò che Drake fece. Per i primi due album il giovane arrangiatore Robert Kirby scrisse partiture d'archi che cucivano la voce dentro un tessuto orchestrale: una cosa rara, allora, per un folk singer di ventun anni.
Il problema, per chi avrebbe dovuto venderlo, era che Nick Drake sul palco non ci voleva stare. I pochi concerti che tenne furono date di spalla in cui accordava la chitarra interminabilmente tra un brano e l'altro — usava accordature aperte tutte sue — mentre il pubblico dei club parlava sopra la sua voce. Detestava quel rumore, detestava l'idea stessa di doversi spiegare. Verso il 1971 aveva di fatto smesso di suonare dal vivo. Niente tournée, niente singoli, niente televisione. Tre dischi e nient'altro: questa era tutta la sua presenza nel mondo.
Five Leaves Left (1969) è il disco degli archi: lussureggiante, autunnale, con la chitarra di Drake che galleggia dentro gli arrangiamenti di Kirby come in un sogno a occhi aperti. Bryter Layter (1971) prova la strada opposta — più luminoso, quasi jazzato, con i musicisti dei Fairport Convention e John Cale a colorare i margini. Fu il tentativo, fallito, di costruirgli un successo. Poi arrivò Pink Moon.
Inciso in due sole notti con John Wood, ventotto minuti scarsi, nient'altro che voce e chitarra — un solo accenno di pianoforte sulla title track. Drake lasciò i nastri alla reception della Island senza dire una parola, e se ne andò. È il disco più nudo, più spoglio, più definitivo che abbia fatto: il suono di qualcuno che non ha più nulla da dimostrare e nessuno a cui dimostrarlo.
I tre album insieme non vendettero che poche migliaia di copie mentre Drake era in vita. La Island li tenne comunque a catalogo: fu una decisione che, anni dopo, avrebbe cambiato tutto.
Il fallimento commerciale lo schiacciò. Si ritirò sempre di più, tornò nella casa dei genitori a Tanworth-in-Arden, combatté una depressione che nessuno sapeva ancora chiamare con il suo nome. Il 25 novembre 1974 fu trovato senza vita: un'overdose dell'antidepressivo che gli era stato prescritto. L'inchiesta si chiuse con un verdetto di suicidio, ma la verità resta incerta, e a molti — compresa la sua famiglia — quel verdetto è sempre sembrato troppo netto. Aveva ventisei anni. Lasciava tre dischi che il mondo non aveva ancora ascoltato.
«Il fallimento di Nick Drake da vivo non è una nota a margine della sua leggenda: è la sua leggenda.» — Groov-illa
La riscoperta arrivò lentamente, poi tutta insieme. Nel 1979 il cofanetto Fruit Tree rimise in circolazione l'intera opera e diede ai critici qualcosa su cui lavorare. Negli anni Ottanta e Novanta il nome di Drake cominciò a circolare come una parola d'ordine tra musicisti e collezionisti. Poi, nel 1999, accadde la cosa più improbabile di tutte: una pubblicità di automobili. Lo spot della Volkswagen Cabrio — quattro ragazzi che guidano sotto un cielo stellato — usava la title track di Pink Moon. Nei mesi successivi alla messa in onda, negli Stati Uniti, l'album vendette più copie che in tutti gli anni precedenti messi insieme. I "milioni postumi" del titolo non sono un'iperbole: col tempo, un disco alla volta, sono diventati reali.
I pressing originali Island — ILPS 9105, 9134, 9184, con l'etichetta "pink rim" e la palma — sono gli oggetti del desiderio. Qui c'è una stranezza che ogni collezionista di Drake conosce: proprio perché vendeva così poco, per anni la Island continuò a stampare ripristinando le matrici originali, quelle marcate A-1U e B-1U nel solco. Risultato: anche certe ristampe degli anni Settanta suonano essenzialmente come le prime presse — un regalo raro. Le copie originali pink rim in Near Mint superano comunque facilmente le diverse centinaia di euro su Discogs, e i pezzi migliori vanno ben oltre.
Per chi vuole ascoltare e non solo collezionare, il riferimento moderno è la ristampa Island/Universal del 2013 su 180 grammi: all-analog, tagliata dai master originali, silenziosa, con il gatefold riprodotto fedelmente. È il modo più economico per sentire davvero ciò che Drake mise sul nastro — e, per la maggior parte degli ascoltatori, è anche il migliore.
«Nick Drake non vide mai il proprio pubblico. Il pubblico arrivò dopo, in silenzio, un disco alla volta — ed era enorme.» — Groov-illa
Nick Drake — Five Leaves Left
- Pressing
- Originale Island ILPS 9105 (1969) · Consigliato: ristampa Island/Universal 180g (2013), all-analog
Nick Drake — Bryter Layter
- Pressing
- Originale Island ILPS 9134 (1971) · Consigliato: ristampa Island/Universal 180g (2013), all-analog
Nick Drake — Pink Moon
- Pressing
- Originale Island ILPS 9184 (1972), etichetta pink rim · Consigliato: ristampa Island/Universal 180g (2013), all-analog